Toponimi e antroponimi di origine cretese a Bova

1.05.2017  15:00

Elio Cotronei release -

di seguito lo studio di Pasquale Casile

L’invito rivoltomi dal Comune di Heraklio, cui debbo l’onore del mio primo viaggio a Creta per presenziare a una conferenza dal titolo “LA MEMORIA LINGUISTICA DEI GRECI DI CALABRIA”, prevista nell’ultima settimana di agosto, mi ha offerto la preziosa occasione di scrivere questa breve ma significativa comunicazione scientifica, gravida di interessanti spunti di riflessione sulla nostra “glossa” grecanica. Mi pregio di donarla agli amici greci che hanno dimostrato fin qui di apprezzare il mio lavoro di “scavo” linguistico e mi riprometto di svilupparla, con più dovizia di particolari, quest’estate, quando anch’io sarò al cospetto della bella Candia.

 

Toponimi e antroponimi di origine cretese a Bova

 

Nel corso dei secoli le coste della Calabria ellenofona sono state più volte lambite e attraversate da ondate migratorie di Romei, provenienti da vari luoghi della penisola greca e dai più remoti angoli dell’Oriente bizantino, in seguito ad eventi drammatici, talora catastrofici, che la storiografia ha spesso evidenziato ma non sempre adeguatamente approfondito.

Sono infatti abbastanza noti gli sbarchi a Reggio di greci giunti da Patrasso nell’anno 587, a causa dell’invasione avaro-slava del Peloponneso[1]; altrettanto documentati sono pure gli arrivi di monaci basiliani nelle impervie e relativamente tranquille selve aspromontane, durante l’Alto Medioevo, sia perché incalzati dagli Arabi, sia perché (in misura minore) irritati dalla crescente propaganda iconoclasta dell’imperatore Leone III Isaurico; inoltre, stando alle cronache successive, viene annotata la presenza nel nostro Meridione di alcune migliaia di prigionieri di guerra che, sotto Ruggero II, a metà del XII sec. furono qui tradotti e deportati da Corinto, Tebe e dall’Attica. A questi naturalmente vanno aggiunti i flussi di profughi determinati dall’espansionismo ottomano con la presa di Costantinopoli (1453) e, segnatamente, i greci giunti in Calabria dalla città di Corone, dopo la vittoriosa spedizione navale anti-turca di Carlo V (1533) che hanno dato vita al paese albanofono di San Demetrio Corone.

Comunque, a destare il nostro vivo interesse sono soprattutto le popolazioni provenienti da Creta al termine della conquista della capitale Candia (Heraklio) nel 1669, in una guerra combattuta dalla Grande Porta con straordinario accanimento, metro per metro, per oltre 24 anni; tant’è, che al termine dell’assedio dell’isola che allora era il più importante possedimento d’oltremare di Venezia, su una popolazione di circa 31.000 abitanti, a Candia ne erano rimasti poco più di 4.000 (vale a dire solo il 13%!)[2], molti dei quali scelsero indubbiamente come luogo di rifugio la Calabria. Per quanto ne sappiamo, non è mai stata fatta un’indagine specifica in merito alla presenza di profughi cretesi nella Calabria ellenofona, ma i dati linguistici in nostro possesso sembrano pienamente suffragarla.

Ed è proprio dal tragico epilogo della guerra di Candia e dalla fuga in massa dei suoi abitanti che partiremo per sviluppare il nostro discorso sulla presenza di toponimi e antroponimi di origine cretese a Bova che, a nostro avviso, attestano non soltanto il forte valore della filoxenìa greca da noi costantemente tributata ai tanti profughi ellenici, accolti con immutato affetto nella nostra Chora perfino in età moderna, ma danno enorme rilievo alla volontà dei bovesi di commemorare l’eroica resistenza cretese, assegnando ai nuovi arrivati un pezzo ampio del proprio territorio, perciò stesso denominato “Candia”[3], adiacente alle porte urbiche del vecchio abitato e confinante con la contrada “Pòlemo”[4], nome che in italiano equivale a “Guerra” (lo ribadiamo, termine già di per sé molto eloquente, specie se accostato al precedente: Pòlemo-Candia). Non è tutto.

Sempre a Bova, in zona rurale non molto distante dai luoghi già menzionati, troviamo il toponimo “Candiano”[5], ossia “abitante di Candia”; lo stesso accade se allarghiamo l’arco delle ricerche: ci accorgiamo che a una ventina di chilometri, in località Cataforìo, esiste il toponimo “Candiòtini”[6] e a Catanzaro, trova notevole diffusione anche il cognome “Candigliòta”[7], identico per significato a “Candiano”.  

Sono solo illazioni le nostre? prove ex silentio o c’è dell’altro? Riteniamo di sì, molto altro, specialmente se attingiamo al patrimonio letterario dell’oralità bovese. Esaminiamo in sintesi i seguenti elementi:

1)      Innanzitutto il canto della Romeopulla, la ragazza romea che non vuole sposare il ragazzo turco, mentre la “cagna madre” fa di tutto per convincerla, finché essa non fugge di casa e si trasforma in una pernice; registrato a Bova e pubblicato nel 1866 dal Comparetti[8], esso è totalmente estraneo alla nostra tradizione orale poiché di derivazione panellenica:

 

 

O Turco egàpise mia romeopùlla,

ma i romeopùlla 'en agàpie ton Turco.

I scilla mànati tin eporchinài:

-          Pire, jemo, eftùndo celopìdi,

ti su ferri mati ce chrisomandìli.

-Mànamu, mànamu ton Turco 'en don perro,

ti perdicùddha ghènome,

ce ta plaja perro.

Eftè to mesimèri,

mò èfighe to peristèri,

arotào tin ghitonàmmu:

- ‘Ivrete forci tin perdicàmmu?

- to paràscioguo, to vradi

tin ivra sto olivàdi,

m’ènan onòmorfo pelicadùci,

pu evòscio to gortùci.

 

Il Turco amava una greca fanciulla,

ma la greca fanciulla non amava il Turco.

La cagna madre la baciava allettandola:

-          Prendi, figlia mia, questo bel giovane

chè ti porterà vesti e scialli d'oro.

-Madre mia, madre mia, il Turco non lo prendo;

perchè diverrò pernice,

e andrò raminga pei boschi.

Ieri a mezzogiorno,

volò via la colomba,

chiedo alla mia vicina:

- avete forse visto la mia pernice?

- venerdì verso sera la vidi sul prato,

con un bel giovanotto,

che mangiava l'erbetta

 

 

2)      Molto più esplicito invece è il canto calabrese in dialetto romanzo “Donna Candia”, dove si narra di una donna bellissima di Catanzaro, rapita da “li Tùrchia cani” - giunti nel porto della suddetta città, travestiti da commercianti di stoffe (amalfitani, in un’altra versione) - che bisogna liberare dietro pagamento di ingente riscatto: aperta metafora di quanto accaduto nella presa di Candia. Leggiamone il contenuto:

 

-Di duvi siti giùvani?-

-Simu i Catanzaru

portàmu sita a vìndiri

d’ogni culuri n’avimu.

-chiamati a Donna Candia

che solita cumprari.-

La sorella l’ha chiamata

e li turchi si l’hannu piggjiàta.

La portaru in Turchia

duvi stannu li tùrchia cani.

Lu su maritu ricchissimo

la jetta a riscattari,

portàu dinari a tùmina

vergini a centinara.

-Caru maritu miu

non c’esti cchiù chi fari,

li dinari perdirai

e a mia non m’amerai.

-A me fìggjiu Tirdulinu

dunàtilu ad allattari,

non ci lu dati a sòrima,

a chilla turca cani.

-Di dove siete giovani?-

-Siamo di Catanzaro

portiamo seta da vendere

d’ogni colore ne abbiamo.

-Chiamate Donna Candia

che è abituata a comprare.

La sorella l’ha chiamata

e i turchi se la son pigliata

la portarono in Turchia

dove stanno i turchi cani.

Suo marito ricchissimo

andò a riscattarla,

portando denari a quintali

vergini a centinaia.

-Caro marito mio

non c’è più niente da fare,

i denari perderai

e me non amerai.

-A mio figlio Turdolino

datelo ad allattare,

non glielo date a mia sorella

a quella turca cane.

 

 

3)      Il canto recitato sotto forma di filastrocca dai parlanti di Bova, intitolato Maria Middalinì, ritenuto dallo studioso cretese Eratostenis G. Kapsomènos[9] una vecchia ninna nanna, identica per forma e contenuto, in tutto e per tutto a quella della sua terra natia in questi primi versi:

 

O Marìa Middalinì

Po' ciumàse manachì?

“Egò den ciumàme manachì.

Ècho Petro c’ècho Paolo,

c’ècho dòdeca Apostòlu…

 

Ε, κυρά Μαγδαληνή. Πως κοιμάσαι μοναχή;

Όχι αφέντη μου Χριστέ μου. Δεν κοιμάμε μοναχή.

Έχω Πέτρο. Έχω Παύλο. Έχω Δώδεκα Αποστόλους…

 

 

4)      Il cognome Dièni[10], presente ancora oggi a Bova, il quale è per noi variante diretta del nome Dighenìs, attraverso il seguente passaggio fonetico: Dighenìs > Dijenìs > Dijèni > Dièni, derivante dall’omonimo eroe acrita, difensore dei confini bizantini, già all’epoca della dominazione araba popolarissimo non solo a Creta ma anche in Calabria, come testimonia una delle rare versioni scritte del racconto, conservata a Grottaferrata (monastero alle porte di Roma, fondato dal monaco calabrese Nilo).

Quindi, alla luce delle evidenze linguistiche esaminate, possiamo concludere che un pezzo importante di Candia sopravvive a distanza di secoli anche tra i greci di Calabria e la partenza, per noi, è spesso un ritorno…



[1] I. DUJCEF, Cronaca di Monenvasia, Palermo 1976, p. 12.

[2] B. MUGNAI – A. SECCO, La guerra di Candia (1645-69): assedi e operazioni campali, vol. I, Soldiershop Publishing, Bergamo 2011.

[3] G. ROHLFS, Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, Longo Editore, Ravenna 1990, p. 43.

[4] Ivi, p. 251.

[5] Ivi, p. 43.

[6] Ivi, p. 43.

[7] Ivi, p. 43.

[8] D. COMPARETTI, Saggi dei dialetti greci dell’Italia meridionale, Forni, Bologna 1976, pp. 38-39, ristampa dell’edizione anastatica di Pisa, 1866.

[9] E. G. KAPSOMENOS, Interdipendenza tra lingua e cultura nel dialetto greco della Bovesìa calabrese, Ιταλοελληνικά, IV, Napoli 1991-93, pp. 227-44; cfr. anche F. VIOLI, Quaderni di Cultura Grecocalabra, UTE-TEL-B, Bova Marina 2016, pp. 58-67.

[10] G. ROHLFS, Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, Longo Editore, Ravenna 1990, p. 43.