David Garret al 'Parco Scolacium', quando la musica si coniuga con la storia, una nota del critico letterario e d'arte Maria Drosi

04 settembre 2017     05:16

Posted by Domenico Salvatore

Il Parco Scolacium della Roccelletta di Borgia, l’antica Scylletium, Skylletion, che si declama con mormorio di brezza di mare, che abbracciò Ulisse e Nausicaa e le Sirene, racconta, sussurrata tra le fronde, diluita in velate visioni, la sua storia. Essenza dell’essere luogo della terra, “luogo di straordinaria bellezza” (Zubin Metha). Garret, che incarna la musica trasformista, dando vita ad una nuova tendenza, creando un nuovo umanesimo musicale

 

LA MUSICA CHE CONIUGA LA STORIA: DAVID GARRETT AL PARCO SCOLACIUM

 

di Maria Drosi

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Il silenzio è alto. Alto, come le figure indistinte, che si aggirano nella vastità criptica del Parco.

Ombre vaganti, che si allungano, compaiono, scompaiono… Si perdono, si dissolvono: fantasmi, nel buio della notte.

Alta, è anche la notte. Senza luna, senza stelle. Testimoni ridondanti; scomparsi d’incanto.

Al chiarore tremolante delle fiammelle, sul percorso di pietra viva, che confluisce al palcoscenico; ospite di primo piano, in silente sospensione.

Di pietra viva è il tracciato. In tutto il tempo che è e che fu. Tempo per l’eternità.

Alta pure l’attesa, che spadroneggia sulla terra battuta, tra gli uliveti plurisecolari, nella effusa polvere, che dal VI° secolo a. C. si annida sul mistero delle cose intorno.

Sui ruderi di mattoni rossi al sole mediterraneo, della Basilica normanna, maiestatica, nella sua solennità; si crogiola negli strati di Storia millenaria, nelle storie incastrate, ciottolo su ciottolo, pietra su pietra, nella superba area archeologica.

Che si stende come libro aperto di viaggio all’indietro, di “memoria tenuta alta agli occhi del mondo”.

Il Parco Scolacium della Roccelletta di Borgia, l’antica Scylletium, Skylletion, racconta, sussurrata tra le fronde, diluita in velate visioni, la sua storia.

Essenza dell’essere luogo della terra, “luogo di straordinaria bellezza” (Zubin Metha).

“Di qui si scorge il golfo di Taranto sacro ad Ercole, [……] e di fronte si erge la dea Lacinia e le rocche di Caulon e Scylaceum che infrange le navi…” (Virgilio, Eneide, III, 551-553).

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Il Parco Scolacium esprime così la sua anticamera. E si declama con mormorio di brezza di mare, che abbracciò Ulisse e Nausicaa e le Sirene.

Lo bisbiglia senza enfatismi di toni, senza sussulti di respiro; lo mostra con mescolanza di congiunzioni vissute ed immaginate, mitiche e vere.

E freme, impaziente e smanioso, dall’alto del suo rango.

Qui, il caos creativo è incontenibile.

“Qui l’ispirazione artistica vola molto oltre gli alberi” (Lorin Mazel).

Hic et nunc, proprio qui e in questo momento, tutto si disperde, in rarefatta sensazione.

E, per incantesimo, sprigiona nuova luce. Quando i riflettori si accendono sul palco , neutralizzando il buio dell’avanzare della notte.

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Quando l’oscurità si diffonde sulla platea, che al vento libera l’energia elettromagnetica assorbita nell’imponenza del silenzio e dell’attesa.

Tutto si consuma al suo apparire. David Garrett, il violinista del diavolo, biondo e bello, impossibile e possibile, si abbandona alla platea in delirio, con empatia, con i suoi virtuosismi, con naturale bellezza, con arte divina.

“Qualsiasi cosa si voglia dire c’è solo una parola per descriverla, un verbo per animarla, un aggettivo per qualificarla” (G. Flaubert).

E’ notte magica.

“Le mot juste” (cit.), la parola giusta: sublime!

David Garrett è così. Volto d’angelo e mani da diavolo, su uno Stradivari “A. Busch” del 1716. Seduce e strappa straripanti applausi, inauditi, nel corso di esecuzione di brani classici.

Lui, abilissimo manipolatore di elementi classici, pop, rock e rhythm-and-blues. Lui, che, mescolando e rimescolando suoni e ritmi, fa storia e ricompone storie.

Lui, che incarna la musica trasformista, dando vita ad una nuova tendenza, creando un nuovo umanesimo musicale.

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Lo fa con gioco, con ironia, con smaliziata follia, con forte tensione, con disarmante meraviglia.

Occhi chiusi e straordinariamente aperti in un impatto visivo ed emozionale titanico.

La risonanza del suono si fa vibrante, ora acuto, ora dolce, ora potente…

E si espande, irreale e sognante, quasi onirica, nel Parco, che per una notte è Parco della musica di un mito, che si proietta sul mondo.

David Garrett, che ama e segue le impronte di Viotti, Paganini, Milenkovich e Heibetz,  che sbalordisce anche gli esperti più qualificati e difficili, che fa della musica sintesi lirica  di arte e bellezza , che è diretto da famosi maestri, quali Zubin Metha e Daniel Baremboim, si porge in disinvolti jeans e maglietta, dita inanellate, capelli raccolti, braccio tatuato.

Profanazione ed empietà , “se al suo posto ci fosse Uto Ughi “!

David Garrett supera il cliché di ogni superfluo conformismo , oltrepassa il limite consuetudinario dei fedeli delle cattedrali della musica, realizzando un comune accordo di popolo con il tutto esaurito e un fenomeno sbalorditivo di massa senza età, plaudente, ed accendendo un surreale “dialogo” di anime tra artista e pubblico .

“Il dialogo è il sommo bene”: Garrett sa esaltare il valore morale del dialogo socratico e lo esprime senza infingimenti, con una punta di simpatica ironia, di propensione , di naturale feeling. E con la “fascinazione di musicista classico e perfomer rock”, tutta sua.

E tutto si snoda in duet col pianista Julien Quentin, altra star della musica, eseguendo il programma , che, armonicamente dialogico, assembla Cesar Frank e Pablo Martin de Serasate con Romanza andalusa; unisce Tchaikowsky op.42 e la Ciarda di Monti; coniuga Edward Elgar, Prokoviev, Dvorak, Kreisler.  In una sorta di “viaggio musicale in dialogo congiunto tra codici musicali diversi”.

Penetrante è il suono, intenso ed esplicito il fraseggio, trascinanti i virtuosismi creativi, suggestive le atmosfere.

Tutto favorito da un paesaggio di surreale ampiezza emotiva. Perché “suonare in un parco come Scolacium è qualcosa in più, è tutt’altra cosa…”(W. Marsalis).

Lo ripete, in questa notte seducente di fine estate, superando tempo, distanze, muri e barriere, David Garrett col suo Stradivari.

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Lui, che sa raccontare, con il linguaggio della musica; e che sa raccontarsi come specchio appeso alla parete.

Per tutti, è certo che ”non saremo gli stessi dopo essere stati qui” (W. Shorter).

 

Maria Drosi