"CASTAGNA, PRESO IN CASTAGNA".( ndr) in uno dei sette libri per sette sere.

2.07.2017  

Elio Cotronei release - 

Riceviamo e pubblichiamo dal prof. Pasquale Casile, noto studioso e in particolare conoscitore del mondo greco calabro

Gentile Redazione,

l’altro ieri ho assistito alla presentazione del libro “Del sangue e del vino” di Ettore Castagna, edito da Rubbettino, nella manifestazione “Sette libri per sette sere”, tenutasi a Siderno Marina e, come tanti tra i convenuti, anch’io l’ho acquistato con grande trepidazione e incontenibile gioia, spinto soprattutto dalla coinvolgente performance dell’autore in veste di aedo grecizzante, lira-munito (per lira s’intende ovviamente lo strumento musicale del folk greco-calabro ad archetto, non la moneta ormai fuori corso, che presumibilmente pure all’autore non interessa più); fischietti e flauti di canna e di castagno, creavano la giusta atmosfera così, tutto, proprio tutto, funzionava alla grande: eravamo in Grecia Magna (Magna ovviamente, in questi casi si scrive con la maiuscola) e subito dopo, sulle rotte dei celebri marinai bizantini e dei pirati veneziani, al seguito di quei profughi greci giunti qui da noi, nell’ospitale Kalavrìa da Candia, nel 1668, durante il cruento assedio ottomano… quand’ecco, sul più bello, il Castagna esordire con una struggente intro melodica a Maria Middalinì, spiegando in tono ammiccante, al pubblico presente, che il soggetto in questione, la  Maria Maddalena della canzone bovese (linguistico dono e retaggio dei profughi cretesi) era una nota prostituta che, contrariamente a quanto asserito nel testo, non dormiva affatto da sola, come invece lasciava credere agli Apostoli… e, fatto davvero notevole, non una prostituta qualunque, bensì la più procace prostituta sin dai tempi della storia antica (Aspasia non se ne abbia a male) e forsanche della Creazione, la Maria Maddalena  – per intenderci – incontrata sulla strada della redenzione da Gesù.

Invano ho cercato di interloquire con il dotto scrittore, musicista, musicologo (e celestiale aedo), per insinuargli il dubbio che, malgrado un magnifico brano di De Andrè lo avesse con tutta probabilità fuorviato, nel caso specifico si era difronte a un’antica ninna nanna cretese, dal carattere devozionale, priva di doppi sensi, con la Madonna e gli Apostoli religiosamente invocati dai nostri antenati a custodire l’angelico sonno dei bambini; invano ho provato a osservare che il nome femminile Maria Maddalena non necessariamente è segno d’infamia… invano ho tentato di ribadire che mai e poi mai le mamme cretesi e quelle bovesi avrebbero sussurrato all’orecchio dei loro innocenti pargoli, per secoli e secoli, di generazione in generazione, versi equivoci da bordello, riferibili a una procace signorina che, per quanto rispettabile e famosa, bagascia ai loro occhi comunque lo era, con il rischio, forse non tanto remoto, che le figlie a furia di sentirle quelle cose (dai oggi e dai domani…) crescendo ne imitassero le gesta.

Ho cercato, ho tentato, ho provato, ma non c’è stato verso… L’autore, dotto scrittore, musicista, musicologo, celestiale aedo di sensuali versi, nonché insegnante statale e per l’Università di Bergamo (l’ho letto in calce alla copertina), si è talmente adombrato e offeso, da chiudersi completamente in un impenetrabile, ascetico, enigmatico silenzio e non mi ha più degnato non dico di una parola, ma nemmeno di uno sguardo di commiserazione o di pietà intellettuale. Sono pertanto tornato a casa, a capo chino, consapevole della mia insolente richiesta, puerile e ingloriosa, deciso e risoluto ad emendarmi della mia grave colpa e, almeno parzialmente, della mia brutta figura davanti ai sidernesi, leggendo il voluminoso romanzo tutto d’un fiato.

Così adesso posso finalmente affermare, con profonda cognizione di causa, che dal Castagna ho appreso tanto, tantissimo, specialmente sull’arte del travaso… perché di vino (e di sangue: il vino fa sangue) si parla con profusione e dottrina nel libro, e chi mi conosce sa, che quando si parla di vino (e di sangue) io divento serio.

Come diceva Benedetto Croce, non si può fare il proprio vino travasando quello altrui; non si può, ma soprattutto non si deve, perché è immorale travasare e produrre misture che il più delle volte oltre che imbevibili, fanno anche male alla salute.

Mi piacerebbe quindi che l’autore mi spiegasse da dove ha ricavato l’idea del “serpente custode della casa grecanica” (cfr. p. 32) e soprattutto quella della “lingua eradicata” e mutilata con la violenza agli eretici greci di Bova (cfr. p. 51), chiamati nel libro “Selinòti”, forse in omaggio alla visione di un ellenismo evanescente, che nel Castagna pensiero, può vivere ormai solo sulla Luna (detta Selene, in greco): si chiarirebbero così tante cose… Vorrei – dicevo – una esaustiva spiegazione sul “serpente custode” e sulla “lingua ferita” della mia gente, soprattutto per togliermi definitivamente il dubbio del rimaneggio e dell’utilizzo indebito di due degli argomenti chiave che, guarda caso, io per primo ho trattato in relazione ai grecanici, nel libro “Dèi e Zangrèi” (mettendoli in risalto sia nel titolo che nella copertina); perché troppo spesso, con il pretesto della “libera creatività” si è saccheggiato il patrimonio culturale e storico-linguistico dei Greci di Bova, cui io appartengo a pieno titolo e diritto, per dare vita a libri e personaggi anemici, che vivono solo attraverso costanti, massicce trasfusioni, ottenute dal corpo ferito e mutilato dell’ellenismo calabrese.

Mi piacerebbe fare tante altre considerazioni e legittime domande, aprendo un dibattito vero, faccia a faccia, a viso aperto con l’autore, il quale afferma di avere scritto un romanzo storico, dove tutto il contenuto storico è verità storica, dove – cito testualmente dalla nota introduttiva di Pietro Carfì – “la verità è più forte di ogni giudizio. È la verità narrativa. Assoluta e definitiva”…

Ma se tutto è così perentorio, assoluto e definitivo, in termini di impianto narrativo-storicistico del romanzo, allora ci spieghi l’esimio dott. Ettore Castagna, cervello catanzarese purtroppo per noi in fuga da decenni a Bergamo, il perché nell’anno 1710-1711, in pieno Viceregno austriaco, nel suo romanzo debba intervenire in Calabria una galea con militari spagnoli, a giustiziare Nino, il figlio di Cata (cfr. il cap. XI, pp. 183-97), su richiesta del prete don Monorchio.

Orbene, se nomina sunt consequentia rerum, come il Castagna ci insegna a riguardo della succitata Maria Maddalena, i casi sono due: o don Monorchio è un minchione (non si rende cioè conto che a governare da tre anni non sono più gli spagnoli, e che i soldati che arrivano non sono spagnoli, ma austriaci, travestiti da spagnoli, che parlano perfettamente lo spagnolo, “nella pura lingua di Castilla la Vieja”), oppure (e io propendo per questo secondo caso) il vero minchione è chi ha generato il nostro don Monorchio. Minchione però, con il dovuto rispetto letterario parlando!

Pasquale Casile   

DI REDAZIONE

PASQUALE CASILE

27.05.2016 18:04

Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi  -  

Giovane bovese, laureato in Lettere, il Casile, ha dovuto anch’egli scegliere la via dell’emigrazione per insegnare al nord. Si avvicina presto al mondo della grecità calabrese e si capisce, fin da subito, che ha molto da dire su questa realtà e con particolare attenzione. Le sue frequentazioni giovanili con Bruno Casile – uno dei “bronzi di carne” dell’isola ellenofona – lo portano alla ricerca delle proprie radici e lo spingono all’amore per la lingua greca, come potenziale patrimonio dell’umanità.
Legato da profonda amicizia e frequentazione culturale agli studiosi greci e della grecità calabrese, come Filippo Violi, Costantino Nikas, Pasquino Crupi, Ioannis Sidirokastritis, il Casile si rende subito conto che non vi è letteratura che possa essere raccontata senza tenere conto di tutto il contesto che quella stessa letteratura esprime, per cui essa va pensata e organizzata come una ricostruzione storica. Quindi non storia soltanto degli eventi letterari in senso stretto, ma di tutti i fatti e gli accadimenti, comunque collegati ai fenomeni della comunicazione letteraria. E’ per questo che la letteratura grecocalabra finisce con l'essere una storia non solo della letteratura nel senso corrente del termine, ma, più in generale, della cultura letteraria, se non addirittura della civiltà greca di Calabria. Il principio fondamentale è che la letteratura è lo spazio privilegiato in cui si esprime non soltanto la cultura, ma l'identità stessa di un popolo. Questo è quanto ha compreso e ci ha offerto nel suo saggio «Dèi e Zangréi», Pasquale Casile, buon conoscitore della lingua grecanica. Lo scritto, che riprende ed amplia due veloci pubblicazioni dello stesso autore, «Gli Ellenofoni di Bova e l’etimo Zangrèo» e «Zangrèo Pitagorico», non si muove unicamente in ambito letterario e filologico, ma va oltre questa unica fonte di indagine, ed appare prezioso perché consente di allargare l’angolo di conoscenza che si era espresso in molti scritti di alcuni autori reggini. Il Casile, disserta con rigore scientifico su usi e costumi dei Greci di Calabria, rapportati, confrontati e dimostrati attraverso una indagine ed una attenta analisi di fatti antichi ed ancor oggi presenti nella società calabrese e, più in particolare, in quella grecanica. Tutto ciò può tranquillamente essere definito un serio tentativo di pianificazione della storia ellenocalabra e delle sue tradizioni. Si tratta dunque di un consistente e inedito contributo alla realtà effettuale della nostra storia, che si era fermata fino ad oggi alla indagine linguistica, non avendo consentito le “colonne” reggine correzione alcuna, prive come erano di vocazione all’umiltà. In ciò rischiando, esse stesse, la contaminazione più con l’errore che con la verità. Pasquale Casile non si limita al compito modesto, ancorché importante, di correggere le etimologie e gli errori, ma raddrizza alcune notizie inesatte che, al di là del valore etimologico, avevano ristretto e racchiuso la storia dei Greci di Calabria in spazi angusti e fuori dall’accertamento storico vero e proprio. 
I materiali analizzati dal Casile si arricchiscono poi di altri puntuali riferimenti nell’articolo su La viddhanèddha “ danza della colomba” , in Le nacàtole e i protàlia, in Il serpente spirito “guardiano” della casa, e ne Le pietre di Ermes.
Essi si pongono come continuità ed integrazione degli articoli precedenti. Non c’è soluzione di continuità, se pur così potrebbe sembrare ad una prima e veloce lettura. Tutto giova allo scopo, come dice lo stesso Casile in apertura: Ho scritto questo volume spinto dall’urgenza e dalla necessità di definire l’identità grecanica, rintracciandone gli elementi costitutivi (miti, culto degli dèi, ballo, cibi, bevande rituali, credenze religiose, ecc.)4. Difficilmente l’uomo fa parte del processo storico se a scriverne ed a parlarne sono i filologi, crudi e nudi. I fenomeni sociali sono assenti, essi trovano accoglimento soltanto sotto forma di indagine linguistica. Non v’è alcun interesse per l’andra
4 P. Casile, Dèi e Zangrèi, Associazione Culturale Magna Grecia, Pieve Emanuele, 2005 2
grecanico, per quel bronzo di carne che resiste sull’Aspromonte, cerchiato da superiore umiltà, ma lasciato nella oscurità della storia. Ciò nonostante non alza roghi il Casile, nella sua indagine, contro le vecchie opinioni, pianta invece più profonde le radici della identità grecanica, rimasta a volte indeterminata dagli scritti precedenti, negato com’è a trattare argomenti non verificabili secondo il senso, l’esperienza e la natura dell’uomo, animati da uno spirito pitagorico. Troppi sono gli appuntamenti con la storia nella società grecanica per immaginare che essi siano casuali. Gli interventi, che spaziano dall’esegesi letteraria alla speculazione filosofica, dall’indagine filologica alla riflessione antropologica, sono attraversati da una tale tensione che rende il problema non solo oggetto di revisiose storica, ma esso stesso verità storica. Quella stessa verità che, da pietra miliare di una prima, e comunque seria indagine, nello scavo dei testi, potrà godere di più vasti contributi che lo stesso studioso bovese saprà praticare, attraverso quegli slanci intuitivi che lo hanno fino ad aggi contraddistinto.



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