SALVINO NUCERA. "Passa il tempo e tu, mia lingua, muori"

13.05.2016 12:32
Rubrica Europa Ellenofona di Filippo Violi
                “ Emìse den efìgame sto jalò / stècome eciapànu sto vunò. / Echi mìa glòssa ti pethèni / ce den èchi jatrò pu na ti jàni”
(Noi non siamo scappati alla marina /siamo rimasti in montagna./ C'è una lingua che muore / e non esiste medico che possa guarirla)1.
Sono passati tanti anni da quando Salvino ha scritto questi versi e l'eco della sua voce non si è inserita tra quelle che si appannano facilmente. Diceva Carlo Bo che “ quando la poesia supera lo scoglio dell'occasione e del colore ottiene una consistenza di estrema armonia naturale e conserva una funzione vitale2”. Spesso si ha il sospetto che la bontà del successo di un poeta derivi da motivi estranei al libero gioco della poesia stessa, ma la voce di Salvino è tra le più libere ed autentiche dell'intera produzione grecanica.
Salvino Nucera nasce a Chorio di Roghudi (Chorìo tu Richudìu), Reggio Calabria, il 2 marzo del 1952. Si laurea in Lettere a Messina e, per alcuni anni, vivrà in provincia di Bergamo, dopo essere stato costretto anch'egli ad ingorgare il traffico sull'autostrada dell'emigrazione coatta. E' così che, pur non essendo sceso alla marina, come dicono i suoi versi, egli è costretto, dopo la morte della madre, a trascinare il vecchio padre nelle plaghe del bergamasco, aggiungendo ingiuria a quelle che già appartenevano ad intere generazioni di parlanti greco. Ma nei suoi versi si coglie fin dall'inizio il dolore e il tormento a dover vivere lontano dal suo paese:
I rìzemu emìnai ecì,
sto chuma pu irta ston cosmo
ismìa me tin cardìa
me tin glossa to ggonèomu
.................
Megàli pricàda sìmero
na stathò macrìa
ja' na echo mia dulìa.
Thelo na condofèro
pu àfica te rrìzemu
Le mie radici sono rimaste là,
nella terra dove nacqui
ed anche il mio cuore
e la lingua dei padri
………………
Grande amarezza oggi
è stare lontano
per avere un lavoro.
Voglio tornare
dove ho lasciato le mie radici
e non trovarle appassite3.
Brevissima silloge di notizie la sua vita che si arrocca accanto a quella rupe tremula che è il suo paese. Ma un lungo programma di vita accompagna la sua opera in favore della salvezza della lingua grecanica, ed egli apre e partecipa a questo "rinascimento" poetico che attraversa tutto il mondo grecanico. Nel 1987 pubblica una raccolta delle sue liriche grecaniche più significative dal titolo "Agapào na graspo" (amo scrivere), compendio di tanti suoi versi e della familiarità che egli ha sempre avuto con la lingua materna. Anche in Salvino, così come era stato in Bruno Casile, i topoi essenziali possono ridursi a due, tre motivi, sull'onda di un'emozione poetica che traduce sulla carta la forza originaria della sua vocazione a chiedere aiuto per una lingua che lentamente scompare:
Echi mia glossa ti petheni
ce den echi jatrò pu na ti jani.
paracalùme ismia olu tu Theù
C'è una lingua che muore
e non c'è medico che possa guarirla.
Tutti gli dei insieme scongiuriamo
perchè negli anni vi rimanga viva4.
ROMANTICISMO E REALISMO NEL MONDO LIRICO DEL NUCERA
La parte centrale dell'opera di Salvino è occupata da esperienze tardo romantiche tendenti verso il realismo che si dilatano in immagini delicate e sono pervase da un anelito di gioia, a volte, di tristezza e di tormento per le pene d'amore altrimenti. Egli percorre, con una voce calda, sofferente, mai urlata, le tappe forzate di tutti i poeti grecanici. In qualche canto vi concorre anche la lirica "erotica" che, in termini minimi e nitidi, viene espressa con purezza di immagini e metafore:
Oh, possa viàggi
to chèrimu ithele
na scilastrài sto dèrmasu!
..........
to dèrmasu metàsci
den ifammèno asce cheria,
pu o ìglio tu calocèri
me ti szèstatu scilistrài
Oh, quante volte
la mia mano vorrebbe
scivolare sulla tua pelle!
..........
la tua pelle di seta
non tessuta da mani,
dove il sole dell'estate
col suo calore scivola
là dove la mia mano non può5.
Così in altri versi dove il fuoco della gioventù arde nella tensione lirica in un quadro musicale tanto sobrio quanto efficace, con accenti dannunziani non appesantiti però dalla ricerca della parola (d'altronde sempre difficile, se non impossibile, nella lingua grecanica che non consente voli linguistici), in un sogno d'amore per una donna senza aggettivi e senza confini.
E continua ancora a mettere in versi Salvino le sue reazioni, i suoi sentimenti, mai però vittima di quelle suggestioni che gli potrebbero essere imposte, volta per volta, da motivi esterni al suo sentire:
………..
Peta spichìmmu, peta macrìa
desce tin agàpimu glicìa,
ghìrie ena ddendrò atthimèno
jatì echi poddhì pu tin amèno.
Apòspe to fengàri lamburìszi
ce an da chìlisu to meli staszi,
achortàti i glòssamu to glifi
chortèni manachò ossu sto tafì.
………..
Vola anima mia, vola lontano
lega il mio dolce amore,
cerca un albero fiorito
chè è da molto tempo che l'aspetto.
Stasera la luna risplende
e dalle tue labbra il miele spande,
affamata lo lecca la mia lingua
si sazierà solo nella tomba6.
LA POESIA DEL REALISMO SOCIALE. INDIVIDUALISMO ED UNIVERSALISMO.
La poesia di Salvino illumina un senso radicale umano che è preceduto dal vissuto e diventa assunzione di identità, pur senza farsi carico delle grandi inquietudini che attraversano il mondo grecanico, così come quello meridionale in genere. Non c'è in lui un'aperta ribellione contro le avversità della sorte o le colpevoli dimenticanze, ma la sua lirica si evolve in forme meditative ed in immagini velate di malinconia che costringono alla riflessione. Nella profondità dei suoi sentimenti egli avverte la gioia di chi vuole e sa amare tutto il mondo, con una tensione poetica sempre notevole che si vuota del suo individualismo, e comprende l'umanità intera, teatro di una comune vicenda cosmica che ha il suo referente spesso nel dolore e nella violenza. Umori, sentimenti, sensazioni, gioie sono tutte rese e sentite in maniera quasi immateriale e con velate malinconie. Vi aleggia un senso vago e sfuggente di nostalgia per un mondo che fu e che, oggi, è in ciò che tradisce e spesso abbatte.
E' pur vero che per gli altri il destino ha consentito soluzioni di altro genere. Gli altri hanno avuto un futuro, si sono risolti, mentre i grecanici hanno avuto la parola troncata in bocca. Ciò non priva però Salvino della possibilità di dare alla sua poesia un carattere universale. Il suo uomo non è quello avvelenato dalla società. Il rapporto da stabilire, o ristabilire, è tra l'uomo e il mondo della natura, e su questo rapporto solo può nascere la poesia. Questa certezza consente che l'opera di Salvino assuma un carattere unitario per quanto riguarda i contenuti, con la conseguenza di restituire al lettore un paesaggio ben riconoscibile, il quadro stesso della realtà grecanica – quello di ieri e di oggi -, segnata dalla civiltà prima, senza regole poi.
Egli arriva alle grandi invocazioni passando per sentimenti personali che, in una visione diversa, non appaiono più tali. La cultura del passato è la prima cosa che lo preoccupa, ma anche quando fa riferimento a quella cultura, egli vi imprime il segno della sua partecipazione e il marchio delle sue esperienze.
Si capovolge - ma è solo il rovescio della stessa medaglia - il sentimento che animava la poesia di Bruno Casile (O cosmu mu gapài, mu gapài, mu gapài \ il mondo mi ama, mi ama, mi ama)7. E Salvino è partecipe di quel mondo che ama Bruno. Egli intende stringere a sè tutto il mondo in un abbraccio che sa di rapporti universali (pramata tu cosmu), e questo ci permette di cogliere subito un altro tratto poetico della sua persona, il sentimento d'amore che alimenta ogni suo interesse.
Ìthela n'acho tin cardìamu
Vorrei avere il mio cuore
megàli posso ene o cosmo
grande quanto è il mondo
ja n'agapìo ola ta zondarìa
per amare tutti i viventi
ja olo ton kerò ti zoìmmu.
in tutto il tempo che io vivrò.
Na ene to manachò spiti tis agàpi.
Che sia l'unica casa dell'amore.
………………………….
……………
Tote ìthela na pethèno
Allora vorrei morire
me charapìa sta chìlimu climèna
con gioia sulle labbra chiuse8.
.
Sono i poeti dei grandi sentimenti che vengono fuori, sentimenti espressi attraverso le piccole cose che intridono e muovono le grandi passioni. Sembra un elenco di vocaboli ed immagini ma è qualcosa di più: il cortile, la casa, i fiori, le labbra, quella posizione privilegiata del verbo ad apertura di verso, ed ecco costruito un mondo!
Non si può attraversare la terra senza lasciare tracce del proprio passaggio. L'appartenenza ad una grande civiltà che aveva segnato il mondo intero gli fa comprendere quanto prema alle sue spalle quel mondo che il tempo non è riuscito a cancellare perchè ha lasciato orme che nessuna ingiuria, nè del tempo, nè degli uomini, potrà annullare:
…………
…………
O ‘Athropo ti ene ston cosmo
L'uomo che è nel mondo theli n'afìki tin oplìtu.
vuole lasciare la sua orma.
Ma o kerò ene san i thàlassa:
Ma il tempo è come il mare:
te pplen poddhè te sbinni,
la maggior parte le cancella,
mènusi manachè ecìne
rimangono soltanto quelle
pu den ghiomònnondo
che non si riempiono
den me to ammo,
nè con la sabbia,
den me ton kerò.
nè col tempo9.
La dolorosa esistenza del mondo grecanico e della sua gente non diventa però, per Salvino, motivo di approfondimento sociologico o politico. Qui sono i suoi limiti e qui anche le ragioni della sua fede nell'uomo. La sua non è un'invettiva contro una società ingiusta -come vedremo in altri poeti - ma è la scontata costatazione di una realtà, sia pure amara, che affonda le proprie radici negli oscuri meccanismi di potere, al punto che davanti a lui si erge un muro impenetrabile dai tanti significati allegorici. Ora egli non resta più soggetto a cadute o abbandoni, ma scopre, sempre per virtù naturale,
il necessario, quello che gli è necessario per trovare immediatamente il tono giusto. C'è meno impazienza anche se a volte minor ricchezza di spontaneità. Qui si arresta la sua storia ed egli parla con un certo terrore inespresso e non sa che dietro le sue suggestioni si sarebbero schierate legioni di fedeli e di cultori. E' in questo istante che il poeta si spoglia dei suoi abiti, si trasforma in voce, in una di quelle voci anonime ma eterne che tanta parte avevano avuto nella storia della grecità calabrese:
Echi poddhì kerò:
E' da molto tempo:
enan tichìo mavro
un muro nero
feni ambròmmu.
è sempre innanzi a me.
To tichìo chrondò
il muro spesso
tu scotìdi ti ma ccrifi
del buio che ci nasconde
scena pràmata ti szoì.
strani misteri della vita.
...............
...............
‘Erkete o kerò
Verrà il tempo
ti petti o mavro tichìo
che cadrà il muro nero
ce tìpote meni crimmèno.
e nulla rimarrà incomprensibile.
C'egò po' na to scero?
Ed io come lo saprò?
Pi mmu to leghi pleo?
Chi me lo dirà piu'?
Jammèna ambròmmu
Per me davanti
sicònnete panda enan tichìo.
si ergerà sempre un muro10.
3.3 CHIMÀRRI
Nel 1999 Salvino pubblica un’altra raccolta di liriche, Chimàrri (Rivoli11), che completa ma non conclude, ovviamente, l’itinerario poetico del nostro Autore. La vastità e la ricchezza della sua produzione - tanto da comporre un vero e proprio canzoniere grecanico - pone ora il problema della giusta collocazione dell’Autore nella unicità della letteratura in versi di questo piccolo mondo greco che, dopo il 1959, ha fatto seguito alle raccolte delle opere precedenti, quasi tutte inserite nei TNC12. Un problema, di non facile soluzione in quanto è sempre molto difficile stabilire le ascendenze, i prestiti, gli echi, le dissonanze, le adesioni, gli intrecci, le suggestioni emotive, nonché gli scarti le soluzioni originali di un poeta: egli respira comunque il clima comune a tutti i grecanici, partecipa ad un comune orizzonte linguistico, ma tende naturalmente ad una propria identità, a soluzioni individuali e, per quanto gli è possibile, originali. Di qui l’impossibilità o la difficoltà a catalogare o etichettare in maniera netta e precisa ciascuna esperienza poetica che rechi i segni sicuri del rapporto dell’io con la realtà. A questa oggettiva difficoltà si aggiungono i limiti di chi scrive. Limiti dovuti solo e soltanto al registro linguistico impoveritosi nel corso degli anni.
Non c’è comunque inversione di tendenza neanche in questo lavoro, rispetto alle poesie del 1987. I topoi essenziali rimangono quasi tutti gli stessi: riaffiorano sulla superficie della memoria confusi ricordi del passato, altri molto più nitidi, il paese, l’amore, le piccole cose. Quantitativamente però nel testo prevalgono le liriche d’amore, ed è qui – ma solo per un istante - che, per la prima volta, la donna si materializza: / Asce charapìa / ghiomònneto i spichìmu / an ìsonna na pèscio / me ta scerà vizìa, / pleràta san dio mila … / (Di gioia / si riempirebbe l’anima mia / se potessi trastullarmi / con i tuoi sodi seni, / maturi come due mele …/13).
Non dura però che lo spazio di un attimo, il motivo è appena svolto o lasciato cadere, nella affannosa ricerca di comunicare il suo vero sentimento, la gioia di vedere la sua donna, di ricordarla a se stesso ed agli altri, come natura che incanta, splendida nel suo sorriso, con la sua pelle di seta: / to glicìo
sinèrtima / to ccherìosu ftinò/ … / to ghègghiosu charùmeno / grammèno sta chìli / anictà san àttho / cinùrio ston ìgghio; / to dèemasu frisco / metàsci gualmèno / ando stoma tu sculìci / dighi ti den acràzete / tu kerù ti perànni /…/ ( il dolce ricordo / delle tue mani sottili / / il gioioso sorriso / impresso sulle labbra / dischiuse quale bocciolo / novello al sole; / la tua pelle fresca / seta uscita /dalla bocca del baco / impertinente sfida / al tempo che passa /..
14/.
Subito dopo ritorna prepotentemente uno dei poli tematici che più hanno attratto il poeta: il paese dell’anima, le case costretti ad abbandonare, il nido familiare, la natura che incanta e che distrugge, la conquista dell’approdo a lungo cercato con l’ansia del naufrago. Ecco che ritorna ancora il tema della diaspora con tutte le sue conseguenze: la perdita dei rapporti umani, l’abbandono dei luoghi dell’infanzia, la condivisione delle gioie e del dolore come se fosse un’unica famiglia.
Afìcame ta spìtia
pu ejennìthicame,
Abbiamo lasciato le case
dove siamo nati,
addhismonìame te stràte
pu epèsciame,
dimenticando le strade
dove abbiamo giocato,
echàsame to afùdima, ti ffilìa
abbiamo perso la solidarietà, l’amicizia
sti charà, stin pethammìa.
nella felicità, nella disgrazia.
O vorèa escòrpie
Il vento ha disteso
èna ssìnnofo mavro,
una nuvola nera,
mas èspisce macrìa
ci ha spinti lontani
sce anannòriste merìe.
in luoghi sconosciuti.
O ìgghio mas ecùmbiae;
Il sole ci ha ingannati;
arte ma ccèi to dèrma
ora ci scotta le carni
fuscomèno stin oscìa.
cresciute nella frescura.
Echàsame ticandì
Abbiamo perso qualcosa
asc’emmàse: mas èppe
di noi: ci è sfuggita
ce den to thorùme pleo.
e non la ritroveremo più15.
Ed insieme a quel paese ed a quelle case è rimasta distrutta una parte di loro stessi che difficilmente potrà più essere ritrovata in luoghi diversi e lontani dai quali si è nati.
3.4 . LA LINGUA E LO STILE
Nato in una piccola comunità grecanica della Calabria, Salvino ha cantato la natura, l’amore, il dolore, la fede e l’impegno civile in versi che fondono l’armonia dei suoni con la plasticità delle immagini e la freschezza del sentimento. Egli ha respirato fin dalla nascita gli umori grecanici e, con essi, si è pasciuto di lingua greca. Egli ha sempre avuto facile padronanza della lingua che pur avrebbe dovuto avvertire la naturale artificiosità di chi studia. La lingua grecanica è stata infatti sempre un moto spontaneo dell'anima, così come naturale è, per un grecanico, la poesia. Ma proprio questo rivela l'intima unione tra il nostro autore e la lingua materna che lì, a Chorio di Roghudi, dove egli è nato, non ha mai avuto soluzione di continuità. La sua poesia si presenta come un blocco compatto senza l'invadenza sopraffattrice dello studioso, senza sperimentalismo linguistico che rende affannosa la materia. Egli rifiuta le tecniche del verso, le sue forme espressive sono legate alla grande tradizione ellenica, prima, e a quella grecanica, dopo, che predilige il verso rimato e musicale. Non cede mai - una sola lirica denuncia il bozzettismo inanimato e sordo - al verbalismo comune di alcuni fecondi poeti grecanici. La sua natura non parla la stessa lingua del Pascoli, incline a far dialogare anche i più piccoli arbusti; Salvino è poeta della fede, dell'amore e dell'amore nella fede. Si ferma alle soglie della passione, non le oltrepassa con la parola che si converte in suono, col ritmo mai incalzante ma che ti lascia il tempo - forse voluto - per la meditazione. Quella rabbia che avevamo visto in Bruno Casile e nei poeti di Gallicianò si è diafanizzata, se ne scorgono solo i pallidi contorni, egli non rinuncia alla salvezza della parola, ai significati analogici estranei però al rigoroso esercizio. Gli aggettivi, già negati alla lingua grecanica, in Salvino si fanno sempre più rari e, se è possibile scorgervi qualche modulo euritmico, ciò è dovuto soprattutto alla sua possente padronanza della lingua ed al suo amore per essa:
Agapào na graspo
Amo scrivere
.................
...........
Agapào na platèspo
Amo parlare
me tin spichìmu
con la mia anima
ti zoì tu cosmu.
della vita del mondo
..................
...................
Agapào na graspo.
Amo scrivere16.
IL ROMANZO “CHALONERO” (SOGNO PERDUTO)
L'ultimo lavoro in ordine di tempo del Nucera è un romanzo in lingua grecanica con traduzione italiana a fronte, per il quale, più di ogni altro discorso, valgono le parole dello stesso autore : .. il presente testo... non nasconde alcuna velleità letteraria nè pretese di qualsiasi altro genere. L'idea di tale cimento è scaturita dal desiderio dello scrivente di misurarsi con il lessico e la sintassi di una lingua, quella grecanica, in metastasi avanzata che avrebbe potuto rivelarsi inadeguata per la realizzazione di un progetto forse troppo pretenzioso17. Ma se la ragione nega, il cuore afferma. E' proprio questo il punto: la contraddittorietà tra le possibilità della lingua e il desiderio di continuare a scrivere con quei frammenti lessicali rimasti. Questa è la sfida che il Nucera opera con la lingua grecanica, nella speranza inconfessata che la propria lingua diventi momento veicolare di comunicazione. Non vuole il Nucera che si perda quel valore inestimabile; l'aveva già cantato nei suoi versi; lo ripete in prosa. Si fa robusta in lui quell' illusione che non venga meno quella coralità greca che lo ha sempre accompagnato; una lingua e una cultura che in qualcosa rispondono nel sangue. Il tema del romanzo non è dettato da sollecitazioni di cronaca, da limitazioni storiche o da problematiche psicologiche, che pure avrebbero dato al romanzo valenza diversa e più impegnata. Più chiara è invece nel Nucera la presenza di un desiderio antico dentro un modo nuovo di fare cultura. E' così che nomi e toponimi si vestono di allegorie che trascendono però la realtà romanzata per diventare realtà vera, crudo realismo. E se pur un limite volessimo trovare nella prosa del Nucera, essa riposa tutta in quello stesso registro linguistico per la cui salvezza egli scrive e che spesso esula dalla quotidianità del parlare e dello scrivere, presupponendo una tecnica ed un esercizio, a volte lontani dal messaggio spontaneo dei grecanici. Spesso la nudità della parola esprime in termini più veri l'angoscia dell'esistenza umana. Ma questo non era l'intento del nostro autore e gli esiti finali sono stati, insieme, croce e delizia di questo lavoro di Salvino Nucera. L'ampio arabesco linguistico dell'Autore può insomma anche non riscuotere il consenso dei "puristi", ma le sue preoccupazioni di uomo di cultura e di amante della cultura grecanica, ne fanno un gradito omaggio ed un affettuoso richiamo di una civiltà che va scomparendo. Questo primo racconto – e speriamo non ultimo -, densissimo di temi cari al nostro autore, ci porta infine proprio dentro il cuore di quel piccolo paese legato a quella rupe, quel Roghudi che così spesso impregna le sue pagine. Paese fitto di nodi e di contraddizioni, porto odoroso di una antica civiltà, luogo dell’anima e di quella sua lingua che stenta a morire. Nel romanzo la sua prosa spesso cede il passo all’andamento impetuoso degli avvenimenti. Egli ci racconta una vita di paese “con un vigore e un ritmo tali da superare la barriera del fatto privato per diventare segno dell’emarginazione dei luoghi e della gente, costretta a vivere storie che forse non vorrebbe vivere. Pagina dopo pagina il racconto simboleggia emblematicamente l’inquietudine di uno spirito sofferente e tuttavia mai domo, sempre proteso però verso un dramma che non riuscirà ad evitare e dal quale avrebbe voluto sottrarsi. Riaffiorano sulla superficie della memoria i ricordi della fanciullezza: la mente rivede amici, parenti, i primi amori. La ragione vorrebbe impedergli di rivivere quei ricordi così vivi nella memoria. Ma non sarà possibile. Ed allora? Allora ritorniamo a cantare con la meravigliosa lingua greca di Calabria:
Ce tragudàme ismìa
tundi chlia vradìa
ti ene jortì agàpi ce filìa
me ti ffonì greki ti Ccalavrìa.
E cantiamo insieme
in questa calda serata
perchè è festa dell'amore e dell'amicizia
con la voce greca di Calabria18.
BIBLIOGRAFIA
Agapào na graspo (amo scrivere), Marra ed. Cosenza, 1987; Chalònero (sogno perduto), Qualecultura, Vibo Valentia, 1993; Chimàrri (rivoli), Qualecultura, Vibo Valentia, 1999
LA CRITICA
D. Minuto, in introduzione ad Agapào na graspo; Franco Mosino, Storia linguistica della Calabria, Marra, Cosenza, 1989, vol.II; Filippo Violi, Storia degli Studi e della Letteratura popolare grecanica, C.S.E. Bova, 1992; F. Violi, Storia e Letteratura greca di Calabria, Rexodes, Magna Grecia, Reggio Calabria, 2001; F. Violi, I Nuovi Testi Neogreci di Calabria, vol. II, Iiriti ed., Reggio Calabria, 2005
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1 S. Nucera, Ìrthame sto Vùa, in Agapào na graspo, Marra, Cosenza, 1987, p.35
2 Carlo Bo, recensione per R. Carrieri, 1945
3 S. Nucera, Rize, in Agapào na graspo, Marra, Cosenza, 1987, p.52
4 S. Nucera, Ìrthame sto Vùa, in Agapào na graspo cit., p. 35
5 T’artàmmiamu su fotografùsi, cit., p.22
6 Apòspe, cit., p.26
7 B. Casile, Strafonghìa sto scotìdi, cit. p.56
8 Tote ìthela, cit., p. 38
9 I oplì, cit., p.19
10 Mavro tichìo, cit., p. 46
11 S. Nucera, Chimàrri, Qualecultura-Jaca Book, Vibo V., 1999
12 Rossi-Taibbi G. e Caracausi G., Testi Neogreci di Calabria, ISSBN, Palermo, 1959
13 Fantasìe, in Chimàrri, p. 30
14 To ghègghio tu sinèrtima, in Chimàrri, cit., p. 28
15 Echàsame ticandì, in Chimàrri, cit., p. 78
16 Agapào na graspo, in Agapào na graspo, cit., p. 7
17 Nucera S., Chalònero, Qualecultura, Vibo V., 1993, p.5
18 I arghìa ti ffilìa, in Agapào na graspo, cit., p. 33