PROFEZIE

25.05.2016 21:44

 

            Rubrica Società di Cosimo Sframeli  -  

Da Il giorno della civetta sono nate le antimafie e in questo libro c’è, in una pagina di rara malinconia, la loro degenerazione, come se il capitano Bellodi già sapesse di potere, un giorno, diventare “un professionista dell’antimafia”. Invenzione letteraria del 1961, paradigma dell’eroe antimafia, investigatore modernissimo che rovista le banche, segue i flussi finanziari, decifra gli appalti, ma pensa con i versi di Attilio Bertolucci e legge Quasimodo. Il protagonista de Il giorno della civetta è un modello di coraggio e di umanità, che anticipa gli eroi italiani in carne e ossa, finendo con il somigliare davvero a tutti gli uomini che di lui si sono nutriti e ancora di lui si nutrono, al punto che il mondo reale e il mondo del romanzo non si distinguono più. Si sa, la vera vita di un libro è quando diventa parte indistruttibile della memoria umana, continuando a crescere e a ramificarsi nella coscienza dei lettori che gli diventano intimi, sino a confondersi. Sciascia modellò il capitano Bellodi sulla figura reale di un suo amico, Renato Candida, ufficiale e scrittore, che aveva il coraggio fisico e l’onestà del galantuomo e incarnava, ai suoi occhi, il fiero e oscuro campione di un mestiere amaro e difficile, <<il mestiere di servire la legge della Repubblica e di farla rispettare>>. Il capitano Bellodi somiglia agli eroi futuri che con lui si identificheranno in un gioco di specchi moltiplicati in altri specchi, di letteratura che si fa vita e di vita che si fa letteratura. Bellodi è settentrionale come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che iniziò la carriera in un paese di mafia in quella Sicilia dove ritornò, come comandante della Legione e prefetto di Palermo, e dove fu ucciso il 3 settembre 1982. Di Dalla Chiesa, Bellodi ha il carisma e la volontà; e di Bellodi, Dalla Chiesa aveva l’intransigenza e la gentilezza. Bellodi-Dalla Chiesa è <<un uomo che l’autorità di cui era investito considerava come il chirurgo considera il bisturi. Uno strumento da usare con precauzione, con precisione, con sicurezza; che riteneva la legge scaturita dall’idea di giustizia e alla giustizia congiunto ogni atto che dalla legge muovesse>>. Bellodi è già un Carabiniere della mia generazione, sereno e lucido, energico e prudente, un uomo di curiosità universale che tuttavia sa capire don Mariano Arena, farsi uguale a lui, come i tirannicidi che a loro modo somigliano ai tiranni: <<“Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo”>>. <<“Anche lei disse il capitano con una certa emozione>>. Bellodi dunque non è, come spesso si dice in letteratura, un personaggio realmente esistito, ma è una folla di personaggi che realmente esisteranno, non è ispirato ma ispiratore, è tutti gli eroi antimafia che l’Italia ha conosciuto, come Renzo è tutti i promessi sposi; Ulisse è tutti i vagabondi; Pinocchio è tutti i bambini del mondo. Romanzo di formazione, Il giorno della civetta ha educato almeno tre generazioni. E’ infatti un romanzo, ma è stato anche un’atmosfera di passione intellettuale: <<Incredibile è anche l’Italia; e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia>>. Libro audace e radicale, di cultura impetuosa e vibrante nella Sicilia criminale e indolente di quegli anni, i Sessanta e i Settanta, Il giorno della civetta è stato il Sessantotto, quel che di Sessantotto poteva esserci in Sicilia, il Sessantotto siciliano che avrebbe voluto cambiare il mondo. Dunque, era ovvio che un qualunque giovane, vincitore di concorso in magistratura, si impadronisse di Bellodi, che diventava più lui stesso, di se stesso, e che già al primo incarico quel giovane magistrato si mettesse a cercare prove. <<Sapete che cosa c’era stasera su un giornale romano? Non lo sapete, beato voi: ché a me è toccato sentirlo dall’interessato che, vi assicuro, era incazzato da fare spavento. C’era la fotografia, ingrandita a mezza pagina, di …, voi capite chi, a lato di don Mariano Arena. Cose dell’altro mondo. Un fotomontaggio? Ma che fotomontaggio: una fotografia autentica. Ma bene non ve ne importa niente? Siete originale davvero. Lo so benissimo anch’io che noi non abbiamo colpa se sua eccellenza ha avuto l’ingenuità, diciamo così, di farsi fotografare a don Mariano>>. L’avviso di garanzia al senatore a vita Giulio Andreotti arrivò il 27 marzo 1993, a trentadue anni dal Il giorno della civetta. E difatti in Bellodi ci sono anche gli epigoni degli eroi antimafia e, ancora oltre, gli epigoni degli epigoni, più in là degli stessi professionisti dell’antimafia che Leonardo Sciascia, scrittore asessuato, nelle cui opere non c’è posto per l’amore, essendo la donna il luogo del pericolo, della fascinazione che inebetisce, il 10 gennaio 1987, sul Corriere della Sera, così scriveva: <<... l’antimafia come strumento di potere (…) Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi, in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei, come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel Consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno (…) >>. Fu una delle polemiche più appassionate e più dolorose del dopoguerra, l’ammiraglia delle polemiche, che il Corriere della Sera è ancora fiero di avere ospitato.

In Calabria fu differente, il romanzo degli uomini d’onore si dispiegò ne La famiglia Montalbano scritto da Saverio Montalto nel 1939-1940 e pubblicato nel 1973 quando la ‘ndrangheta non fu accidentalità, un comportamento, una cultura dell’onore, una delle tante piastre dell’incastro mosaico paesano, come in Sicilia. Fu, invece, un gas, che riempieva tutto l’ambiente, era la legge di funzionamento dell’intera vita paesana. Come in Sicilia, era potente e prepotente, agguerrita e organizzata, protetta e impunita. Il prete, il sindaco, il medico, i proprietari terrieri, gli avvocati, persino i magistrati, il deputato, erano amici degli amici, e tutti insieme concorrevano alla stagnazione della comunità. Era finito il mito dell’onorata società, che difendeva i deboli e le donne, tutto era divenuto associazione a delinquere, macchina di sfruttamento, di morte, di alleanza con il potere economico e politico.

In Calabria, come in Sicilia, nel tempo, c’è stato chi ha divorato ogni bellezza, sventrato e deturpato, tant’è che l’identità del sud ne è uscita a pezzi, al punto che spesso ci vergogniamo di parlare il dialetto o solo di esibire un’inflessione oramai diventata, in tutto il mondo, la colonna sonora della violenza, del sottosviluppo, della rozzezza.

L’approccio ieratico, con i suoi campioni antimafia indiscussi, contro il fenomeno mafioso, raffigura un’immagine di para-impegno, di pseudo-attivismo, di “professionismo” ideologico e di maniera. La deliberazione meramente contemplativa non potrà mai aiutare a comprendere.