CORRADO ALVARO (n. a San Luca- m. a Roma 1895-1956) SCRITTORE DELL'ASPROMONTE

12.06.2016 22:06
A cura di Filippo Violi   -   
 
LA DISPERAZIONE PIU' GRANDE CHE POSSA IMPADRONIRSI DI UNA SOCIETA' E' IL DUBBIO CHE VIVERE ONESTAMENTE SIA INUTILE (C. ALVARO)
 
 
 
Corrado Alvaro nasce a San Luca, oggi tristemente famosa, un piccolo paese sul versante ionico calabrese, ai piedi dell'Aspromonte in provincia di Reggio Calabria. Primo di sei figli di Antonio, un maestro elementare, e di Antonia Giampaolo, figlia di piccoli proprietari aveva compiuto i suoi studi liceali a Catanzaro dove nel 1913, si era diplomato. Nel 1915 partì militare per combattere la Prima Guerra Mondiale, assegnato a un reggimento di fanteria di stanza a Firenze. Collabora al <Corriere della Sera> a Milano nel 1919 e consegue la laurea in Lettere sempre in quella stessa Università. Nel 1921 diventa corrispondente da Parigi de <Il Mondo> di Giovanni Amendola e collabora al giornale satirico <Becco Giallo>. Nel 1925 è tra i firmatari del <<Manifesto degli intellettuali antifascisti>> di Benedetto Croce.
Don Massimo, parroco di Caraffa, fratello di Corrado Alvaro, nelle pause del suo ministero sedeva accanto alla madre per leggere i brani più belli che Corrado le aveva dedicato. Lo scrittore era già morto 11 giugno del 1956 a Roma e la madre, colpita da una grave malattia, non sapeva nulla della morte del figlio, in attesa, come solo le madri sanno fare, di notizie del figlio. La parola che turba è data soltanto alle spose, mai alle madri. Intanto Don Massimo continuava a leggere alla madre inferma vecchie lettere che Corrado aveva inviato, mentre nascondeva la dolorosa bugia del fratello Corrado. Quando nella casa di Piazza di Spagna, andava qualche calabrese a trovarlo, egli preferiva parlare in dialetto per assaporare il suo mondo, quello dell’infanzia. Era lo stesso dialetto che, come dice in “L’amata alla finestra” parlava suo padre che “aveva un parlare pittoresco, un dialetto stretto ed arguto” (Memoria e Vita). Ed aggiungeva in uno scritto inedito, che dalla madre aveva ereditato “il riserbo, la discrezione, il senso della vita che reputava le sue migliori qualità”.
Era sopravvissuto a quel mondo di San Luca quasi a conservare un’immagine pura e non vi era più andato da quando nel 1941 era morto il padre. Lo osservava da Casignana, dopo essere stato a visitare la madre a Caraffa. Negli anni dell’anteguerra aveva frequentato come osservatore il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma scrivendo il “Patto con il diavolo” e portando alla ribalta nazionale San Luca e l’Aspromonte: un microcosmo sconosciuto e sommerso. I suoi libri erano tanti, tanti scritti li aveva il fratello, scritti inediti: un mare letterario in tempesta
Aveva diretto due giornali <Il Risorgimento> di Napoli ed “Il Popolo di Roma>>. Amava dire che “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società era il dubbio che vivere rettamente fosse inutile”. Nella mia mente, dagli anni del Liceo, mi era sempre rimasta forse l’opera più conosciuta di Corrado Alvaro << Gente in Aspromonte>>, dove fin dall’inizio c’era l’evocazione della vita in Aspromonte, un mondo che faceva tutt’uno con il paesaggio semplice severo, duro, solenne, con il respiro pesante delle mandrie, con le capanne «di frasche e di fango» nelle quali «si entrava carponi». Con i pellegrinaggi al Santuario della Madonna di Polsi e le manifestazioni di pietà popolare, con i canti che si udivano, «intramezzati dal rumore dell’acqua nei crepacci». Era la triste storia della famiglia Argirò, un pastore che viene cacciato in malo modo dal padrone Filippo Mezzatesta quando il gregge era precipitato in un burrone. Argirò, con il figlio Antonello, deve ricominciare da capo la sua vita. Si era ripreso col lavoro di mulattiere, e quando gli nasce un nuovo figlio, Benedetto, che è desto, vivace e intelligente, sogna di realizzare in lui l'antico desiderio di redenzione: «Perbacco » dice l'Argirò « ne farò un prete predicatore, e che parli per tutta la famiglia messa insieme... Bella riuscita che sarebbe per me, per noi tutti, che da casa nostra uscisse qualcuno che potesse parlare a voce alta, e li mettesse a posto». Ma l’illusione di Argirò era durata ben poco, i figli di Filippo Mezzatesta gli bruciano la stalla e gli uccidono la mula. Il giovane Antonello si dà alla macchia e diventa bandito. Ma i carabinieri lo cercano sui monti e lo scovano. Quando vide i berretti dei carabinieri e i loro moschetti puntati su di lui, buttò il fucile e andò loro incontro. «Finalmente» disse «potrò parlare con la giustizia, che ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio». Anche questa soverchia illusione!
Era questo il romanzo unanimemente conosciuto come il suo capolavoro, la dura vita dei pastori nel novecento «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante».
Con Gente in Aspromonte, Corrado Alvaro non solo inaugurava un tema, quello calabrese, che poi ritroviamo ininterrotto nella sua produzione, ma rinnovava la tradizione della narrativa a ispirazione regionale e meridionale, la tradizione di Verga, De Roberto, Capuana e dello stesso Pirandello. Ma tra di loro ritroviamo una differenza effettiva: questi autori vedevano la società meridionale (vedi i Malavoglia) come qualcosa di immutabile, senza speranza, soggetta ad una fatalità di tristezza, sofferenza, subalternità, contro la quale nulla poteva, nemmeno la volontà e la forza degli uomini e della storia. Alvaro aveva contrapposto un mondo primitivo fatto di ignoranza, superstizione, povertà e tragico fatalismo, che però non è immutabile, ma è già sgretolato e in parte sommerso, un mondo, anche quello, in trasformazione, un mondo quindi, quello arcaico, che può essere giudicato solo con gli occhi della memoria. Infatti, anche in <<Gente in Aspromonte>>, così come negli articoli giornalistici raccolti nel volume <Un treno nel Sud>, Alvaro aveva dimostrato di saper cogliere tutte le novità e i segni di trasformazione che quel mondo stava vivendo